Dieci velocissimi giorni
Non ho le competenze storiche e politiche. Non posso dire di esserci stato abbastanza per essere un esperto.
Dieci giorni non sono certo un periodo di tempo che ti da il diritto di parlare con cognizione di causa. Ma nel mio piccolo posso dire che dieci giorni sono sicuramente abbastanza per affezionarsi a delle persone, a dei luoghi, per sentirsi legato a chi, un anno fa, un po’ più a oriente di casa mia, ha accolto me e gli altri del mio gruppo. Persone con cui abbiamo pregato, scherzato, brindato a capodanno, parlato di noi; persone che ci hanno ospitato a casa e fatto parte della loro famiglia; persone che ci hanno mostrato un’altra faccia della Palestina. Quella faccia che non si vede in TV è una faccia che non riusciamo a comprendere da qui.
Una Terra piena di odio, rivalità, amore, contraddizione, sincerità, passione, amicizia… tutto questo fa parte di quella piccola parte di Terra Santa che ho visto e che ho vissuto in dieci velocissimi giorni.
Un anno fa, in questi giorni, avevo gli occhi pieni di speranza, di gioia per l’esperienza appena vissuta. Ad un anno di distanza ho gli occhi pieni di lacrime e di apprensione per dei fratelli che sono li, tra attacchi dinamitardi e bombardate dell’esercito.
I morti palestinesi non sono più morti degli israeliani, i morti israeliani non sono più morti di quelli palestinesi, ma l’idea che Eli, Nihal, Niveen, Sireen, Julia… Tariq, Elie, Amir, Said, Joussef… possano essere in pericolo.
Questa idea mi stringe il cuore.
Vi segnalo questi due articoli che ho letto su peacelink.it